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Ero pronto per la prima partita della mia vita, con un arbitro vero e le linee attorno al campo. Avevo dei pantaloncini bianchi di cotone, corti e con lo spacchetto. Quando mi bloccai in mezzo all’atrio ero già pronto coi calzettoni tirati sù fino al ginocchio.

Mio padre non scorderà mai le tre parole con le quali risposi al suo: “Cosa c’è?”.

“Papà…sono emozionato”.

Da allora il calcio mi è entrato nelle vene come un virus dal quale non voglio guarire. Ho preferito la pasta in bianco al ‘pranzo della domenica’ e ho preparato la borsa con la sacralità di un rito.

Nel frattempo mi sono laureato in Design, non ho ancora lasciato Novara e sono attratto da qualsiasi bambino insegua un pallone all’oratorio. Scrivere è un piacere, non solo di calcio.

Quanti artisti hanno usato il calcio come metafora della vita, quante canzoni, quanti versi.

Scrivo come quando ci si presentava al campo in undici contati, a volte leggero, altre rassegnato, tra disincanto e passione.

Sono i miei appunti, quelli di un trentenne in cerca d’autore.

S.

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