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LA VERITA’ DI GIUSEPPE MORO

1652

Nel mio ricordo, come in quello di tutti gli appassionati di calcio,
Giuseppe Moro rimane un grande artista della porta,
un vero e proprio mito. (Dino Zoff)

La squalifica per otto anni di Sepp Blatter, presidente della Fifa, e Michael Platini, presidente del Uefa, da qualsiasi attività legata al calcio dimostra quanto questo mondo sia inquinato, così come le inchieste sulle partite truccate che ciclicamente investono giocatori e società. Mezzo secolo fa, senza televisioni e bookmakers, il calcio era più genuino ma una mattina d’autunno del ’65  Giuseppe Moro, detto Bepi, entrò nella redazione del Corriere della Sera per scoperchiare scandali e combine con dovizia di particolari. Lo fece per rabbia, vendetta e disperazione, quando ormai non aveva più niente da perdere, ma soprattutto per lanciare un messaggio alle nuove generazioni.

Questa è la storia di un ex portiere della nazionale che tutti volevano tra i pali e a cui tutti hanno voltato le spalle perché in carriera ben presto gli affibbiarono la nomea di venduto, anche se per errore. Un uomo che nella vita ha commesso molti sbagli ma che ha pagato dieci volte tanto.

E’ stato un interprete stravagante del ruolo, capace di ridicolizzare gli attaccanti con la mossa della marionetta e di estraniarsi dall’azione per raccogliere il suo cappellino. Ha alternato prodezze inimitabili a errori madornali, è volato sei metri per neutralizzare una conclusione di Wright in Italia-Inghilterra e si è ritrovato a fare il rappresentante di dolciumi. Ha parato 46 rigori su 63, record ancora imbattuto, ma viene ricordato per il coinvolgimento più o meno diretto con alcune partite truccate.

Nonostante i 44 anni e l’assenza dall’Italia ormai da molto tempo quando entrò nella sede del giornale tutti riconobbero quell’ex portiere che Pasolini paragonò al leggendario Ricardo Zamora, fuoriclasse spagnolo d’inizio ‘900, un atleta che il collega Giorgio Ghezi descrisse come un maestro: “Quando mi chiedono quale ritengo sia stato il più grande portiere italiano, senza esitazione dico Moro. Vederlo era una cosa fantastica, un momento magico”.

Non trovò amici disposti ad ascoltarlo né tantomeno ad aiutarlo perché l’omertà del calcio sa essere più rumorosa di qualsiasi strumento e così il direttore Antonio Ghirelli lo consegnò a Mario Pennacchia, giovane redattore che raccolse la confessione per poi pubblicarla in dieci puntate sulla terza pagina del quotidiano. Non scorderà mai lo sguardo sbigottito dei colleghi attorno a lui e la mano tremula mentre prendeva appunti.

Ho messo gli argini a un fiume in piena.
Vedevo un uomo compresso dalla solitudine
che parlava di cose mai dette prima,
perché in Italia non aveva trovato ascolto da nessuna parte

Una volta, non avendo i soldi per il biglietto, entrò all’Olimpico di Roma grazie alla complicità di un inserviente ma vennero a cercarlo per cacciarlo fuori. Lui che aveva collezionato nove presenze in maglia azzurra, e con dieci partite avrebbe avuto diritto all’ingresso in tutti gli stadi d’Italia, era ormai ospite sgradito.

E questo è niente in confronto alla scelta obbligata di allenare in Tunisia per mantenere moglie e figli.

La parabola discendente iniziò con l’esonero al piccolo San Crispino. Lui che aveva fermato Puskas e che nel ’49 a White Hart Lane parò l’impossibile contro l’Inghilterra si ritrovava a sfamare moglie e quattro figli dopo aver dilapidato gran parte dei risparmi. La disgrazia in cui cadde fu la conseguenza della quinta elementare insufficiente a difenderlo dai cattivi consigli. Investimenti scellerati, gioco d’azzardo, mai li nascose. “Son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato” direbbe Guccini.

Bocciato all’esame di Coverciano tornò a San Crispino dove rimase tre anni solo grazie a una sommossa dei tifosi ma il secondo esonero lo gettò in una depressione tale da spingerlo al suicidio. In Federazione non riuscì a trovare un impiego fra promesse non mantenute e lettere senza risposta.

Emigrò in Tunisia, un paese che se oggi vi sembra calcisticamente arretrato potete immaginare negli anni sessanta. A Ebba Ksour ogni notte la tristezza gli annodava lo stomaco.

Io la nostalgia non la conoscevo.
Ora non la auguro a nessuno di quanti
mi hanno fatto male

Nonostante tutto condusse una squadra di terza divisione a una cavalcata in Coppa di Tunisia battendo Keruan e Stade Tunisien, due formazioni di serie A. Dopo la stagione trionfale venne ingaggiato dal Béja, squadra di una città di 50.000 abitanti a 100 km da Tunisi; qui di squadre ne allenò persino cinque: dai “minimi” ai cadetti, dalla juniores alle riserve della serie B.

La beffa fu che per una legge tunisina i guadagni non potevano essere portati in Italia, così non gli restò che scegliere se restare nel nord Africa o tornare in Italia e morir di fame.

Nel 1950, in tutta Italia si diceva: “Sai che Sentimenti IV è andato in Africa?”
“Davvero? E a far che?”
“Per diventare Moro!”.
E invece in Africa il destino ha mandato me

Nacque a Corbonera il 16 gennaio del 1921, primo di nove fratelli, iniziò la carriera nel Treviso e continuò nel Padova fino alla chiamata alle armi che non riuscì a schivare. Finì alla caserma Cristo di Alessandria dove giocò quindici partite prima di passare al fronte in Sicilia contro gli inglesi. Al fronte si fa per dire perché il fucile non lo imbracciò mai viste le doti feline che gli riservarono un incarico strategico. Infatti chi meglio di lui poteva balzare quattro o cinque metri fuori dall’abitacolo di un camion in corsa!

Il Bepi sfuggì ai colpi dei nemici grazie a quella forza sviluppata da bambino quando saltava da un ramo all’altro per rubar la frutta dalla pianta del contadino. Si ritrovò dalla cabina di un furgone al ciglio della strada in un attimo, lo stesso attimo che colse per scappare dalla caserma saltando su un treno. Lo stesso attimo che impiegò per salire sul treno in corsa a Mortara evitando il rastrellamento dei tedeschi.

La natura gli regalò un disumano scatto da fermo e un’agilità offuscata da maldicenze e meschinità, e la sua immagine venne presto rovinata da bugie e pettegolezzi.

Il primo incredibile episodio avvenne a Treviso dove Moro comprò una bicicletta ma il proprietario, grandissimo tifoso, chiese delle garanzie poiché giravano voci di un suo trasferimento a un’altra squadra. Pretese una dichiarazione scritta dai dirigenti sulla sua permanenza a Treviso e Moro pensò bene di battere a macchina su una carta intestata della società un finto accordo. Il falso venne subito a galla e la società non la prese bene, così ottenne la bicicletta ma fu costretto a restare un altro anno.

Sembrava aver conservato la stessa anima da Gian Burrasca di quando sfilò dieci lire dal cassetto della nonna per comprarsi il suo primo pallone e la lira che gli diede il nonno per prendere il pane la spese per convincere il custode di un campetto a lasciarlo giocare. Della scuola amava solo il quaderno con Planicka in copertina, indimenticato portiere cecoslovacco.

Mi misi a calciare nella porta vuota. Sentivo il suono del pallone che rimbalzava.
Nessuna musica, mai più, ho udito così suggestiva.
Mai più mi sono sentito in paradiso come in quel nebbioso mattino

Per colpa di quella burla a Treviso iniziarono i guai. La stagione successiva la Lucchese capolista andò a Treviso, i toscani erano interessati a Moro e gli promisero un premio di 100.000 lire se, scaduto il contratto, si fosse accasato alla Lucchese. La notizia trapelò e si diffuse ben presto la bufala che si fosse venduto la partita, così pur avendo dato il massimo in campo la sconfitta per 2-1 lo etichettò per sempre come un venduto.

A fine stagione si accasò alla Fiorentina dove impulsività e follia incrinarono ben presto i rapporti. La partita incriminata fu contro la Juventus; su un lancio lungo Moro uscì chiamando la palla ma Compaini, tentando la rovesciata, servì involontariamente Boniperti che insaccò a porta vuota. Dietro la porta si levarono offese come quella di un dirigente: “Ecco, questi sarebbero i campioni”.

Ferito nell’orgoglio, sul colpo di testa di Kincses afferrò la palla ma ripensando all’insulto appena ricevuto la scagliò volontariamente in porta: “Se non sono un campione è giusto che prenda gol”.

Tanto bastò per fare le valige e salutare Palazzo Vecchio con destinazione Bari. L’ingenuità del Bepi gli fece firmare in fretta e furia il nuovo contratto per sole 250.000 lire in più, senza batter troppo cassa.

Intanto arrivò l’esordio in maglia azzurra il 12 giugno 1949, una giornata impossibile da dimenticare per la bufera emotiva e il grido di un amico che si levò dalla tribuna durante l’inno nazionale: “Forza, razza Piave!”. Gli tremarono le gambe durante l’inno nazionale e in campo gli azzurri passarono in vantaggio con Carapellese. Deák pareggiò per l’Ungheria e nel secondo tempo gli azzurri trasformarono l’area di rigore in una vera e propria linea Piave, come quella invocata dall’amico Oliviero, che il Corriere dello Sport descrisse così: Si assiste a voli prodigiosi di Moro che talvolta blocca la palla, tal’altra abilmente la fa rimbalzare per terra, raccogliendola poi in tuffo o mandandola a portata di piede dei nostri difensori.

Giuseppe Moro 2

Otto giorni prima a Superga il Grande Torino era passato definitivamente alla storia. Moro sapeva che non ci sarebbe stata alcuna prodezza capace di offuscare Bagicalupo ma accettò la sfida di vestire la maglia granata. Fu un errore, un matrimonio infelice da subito perché suscitò le ire della società preferendo accompagnare la moglie a Treviso prima di raggiungere la squadra impegnata in una turnè a Barcellona. In terra iberica si mise in cattiva luce grazie a un battibecco con la madre di una giovane attrice seduta al tavolo coi giocatori.

“Quelli del Milan, sì, che sono gentiluomini!”
“Perché, signora, noi del Torino che siamo?”
“Ma vuol mettere i giocatori del Milan? Sono gentiluomini?”
“Benissimo, signora, ma vedo che lei ha accettato di essere ugualmente nostra ospite a pranzo. Perché non si è rifiutata, dal momento che non siamo gentiluomini? E come si permette di offenderci, mentre mangia con noi?”
 
In campionato andò in scena un remake del gesto compiuto contro la Juventus e le cose si complicarono ulteriormente. Stavolta fu Tomà, che i compagni chiamavano due metri e settanta per la scarsa capacità di spazzare l’area, a non rispettare l’uscita di Moro e servire involontariamente La Rosa. “Bastardo! Delinquente!” – urlò il dirigente Copernico e Bepi da quel momento decise che la partita era bella che finita. Risultato finale: Pro Patria 6 Torino 1.

Nonostante non avesse mai intascato un soldo per truccare una partita aveva ormai il marchio del venduto e a Roma capitò un episodio paradossale. Non riuscendo a riaddormentarsi uscì dalla stanza alle sei del mattino per non svegliare i compagni e aspettò che un amico aprisse un bar della zona. In camera con lui c’erano Santos e Nay che, non trovandolo a letto, si precipitarono ad avvisare i dirigenti. Ovviamente il primo pensiero fu che fosse sgattaiolato per vendersi la partita coi giallorossi e la sconfitta per 3-1 non fece che aumentare i sospetti.

L’avventura al Torino finì amaramente ma il mondiale brasiliano del ’50 era alle porte e Moro venne convocato come terzo portiere. Raccontò di una squadra tutt’altro che compatta, spaccata tra la fazione dei titolari che si atteggiavano da padroni della nave, poi le riserve, servili nei confronti dei primi, e infine il gruppetto di quelli sicuri di non giocare, totalmente emarginati.

Durante la partita d’esordio le riserve italiane dovettero sedersi in tribuna dietro una colonna senza riuscire a vedere un granché mentre agli svedesi assegnarono posti migliori. Come se non bastasse i tifosi italiani, arrabbiati e delusi per la sconfitta, se la presero con Moro e soci costringendoli alla fuga per evitare il linciaggio.

Bepi mostrò numeri strabilianti nell’amichevole contro il Palmeiras e spinto da stampa brasiliana e tifosi giocò la seconda partita contro il Paraguay. La vittoria per 2-0 non bastò a qualificare l’Italia per la seconda fase e i giocatori tornarono in fretta a casa; all’andata nessuno volle prendere l’aereo mentre al ritorno scelsero tutti di volare tranne Lorenzi, maestro di coerenza.

Dopo il deludente Mondiale finì in prestito alla Lucchese e qui per la prima volta venne coinvolto davvero in una combine ma rifiutò i 5 milioni di lire offerti da un compagno per favorire gli avversari. Roma-Lucchese, la partita in questione, terminò con la vittoria dei toscani e vista la retrocessione della Roma il tentativo di tresca non venne mai a galla.

Roma. Una città che rimpiango e maledico,
odio e amo con la stessa intensità

Nella capitale scrisse le pagine più nere della sua carriera come il brutto gesto contro Pløber, reo di un’entrataccia a Novara tempo prima. Durante Roma-Udinese del ’53 l’arbitrò fischiò un rigore per i bianconeri e Moro si esibì in uno dei suoi cavalli di battaglia: ipnotizzare gli avversari dal dischetto. Dagli undici metri si presentò proprio Pløber. “Vieni, vieni. E ricordati di quello che mi facesti a Novara. Credi che abbia dimenticato?”.

Dopo averlo neutralizzato arrivò il momento della vendetta che si materializzò con una tacchettata dritta nella schiena su un’uscita alta.

Parlando di rigori il primo parato fu il 1° febbraio del ’48 durante Genoa-Fiorentina mentre uno dei più importanti è sicuramente quello a Silvio Piola in Torino-Novara. Bepi l’aveva visto a Venenzia durante la guerra e si ricordava che era solito incrociare il destro. Si tuffò in anticipo e Piola si accorse del movimento provando all’ultimo a cambiare lato senza tuttavia riuscire ad angolare il tiro e con un intervento in extremis riuscì a respingere di piede.

Memorabile fu anche una sfida in allenamento vinta con Meazza e il rigore parato a Liedholm a Milano.

Coi giallorossi non mancò il solito autogol ad alimentare ingiustamente l’epiteto di venduto, stavolta contro il Genoa. Su una palla alta chiamò l’uscita a Eliani ma improvvisamente Bronée s’inserì segnando un goffissimo gol in pallonetto nella propria porta. Contro la Fiorentina scena simile: su un’altra uscita Azimonti cercò di anticipare il viola Gratton ma infilò Moro che naturalmente fu accusato di essersi venduto.

La sua fama era tale che a Roma ricevette una telefonata da parte di un cognato. Peccato che Moro non avesse cognati e allora non si fece nemmeno passare la cornetta. Il tizio, non contento, raggiunse l’avvocato Agnelli presentandosi come il cognato di Moro, disse che non era intenzionato a infastidire la Juve impegnata per lo scudetto e per un milione e mezzo avrebbe reso vita facile ai bianconeri. L’avvocato non ci cascò e trattenne il truffatore per denunciarlo alla Lega. L’episodio, che avrebbe potuto riscattare l’immagine di Moro, però non venne alla luce in quanto il tizio impietosì l’avvocato a tal punto da farsi rilasciare.

A Roma era ormai ai ferri corti e lo liquidarono attribuendogli la sconfitta in Coppa contro il Vojodina. I giallorossi stavano ribaltando la sconfitta dell’andata quando Moro commise uno dei rari errori della sua carriera e quel gol preso ingenuamente divenne il pretesto per farlo fuori.

Fin qui il racconto sembra un insieme di malintesi, una carriera rovinata da equivoci e pettegolezzi, invece Moro intende sfogarsi e avvisare i giovani dei rischi che si corrono. Li invita a non commettere i suoi errori iniziando un lungo elenco di brutte vicende che hanno macchiato la sua immagine.

Il calciatore non è un impiegato, ma è un artista.
E se non è un artista, è un uomo-macchina, un oggetto di scambio.
Siete giovani, avete diritto all’entusiasmo.
Potete entrare gratis allo spettacolo delle illusioni.
Ma c’è una strega, ragazzi miei.
E io, mi sono dovuto rovinare prima di conoscerla

La prima è Fiorentina-Sampdoria del 23 maggio 1948. I sospetti erano già nell’aria per diverse amicizie doriane tra le file della Fiorentina e siccome la Samp navigava in brutte acque non è difficile immaginare l’epilogo. Moro non era d’accordo ma a causa di un infortunio alla caviglia con un goffo intervento favorì un gol della Samp. A salire sul banco degli imputati fu il solito Bepi mentre i compagni responsabili del 4-3 per i blucerchiati non vennero mai pizzicati. Lo stesso Moro non rivelò mai i loro nomi chiamandoli “Gordon”, “Mandrake” e “l’Uomo mascherato”.

Altra partita sicuramente truccata fu Bari-Atalanta del 15 maggio 1949. Moro e il compagno di squadra Stellin ricevettero la telefonata di un giocatore che agiva all’insaputa dell’Atalanta. Moro era infortunato e non giocò ma a fine partita, terminata 2-0 per i nerazzurri, venne a sapere che due giocatori del Bari si erano venduti per poche lire.

C’è anche un episodio che testimonia l’onestà di Bepi Moro. Prima di Bari-Torino del 13 novembre ‘49 un caro amico conosciuto durante la permanenza a Bari gli offrì 600.000 lire per favorire i biancorossi ma Moro non accettò e il Torino vinse 5-1. Prima della partita di ritorno un altro misterioso emissario ci provò con un assegno da un milione di lire. Per fugare ogni dubbio Moro chiese di non giocare, visto che qualsiasi errore sarebbe stato visto come un aiuto nei confronti della sua ex squadra. Al suo posto giocò Gandolfi e la partita finì 1-1.

Durante Sampdoria-Atalanta del 13 aprile 1952 sorpresero un giocatore trattare con compagni e avversari all’insaputa delle due società e fu subito richiamato dai dirigenti. In campo però accaddero cose strane e Moro si accorse che il compagno, denominato “Filtro” per l’occasione, era tanto celere nel disporsi in barriera quanto nell’abbassarsi al momento del tiro. Nonostante tutto riuscirono a vincere 3-2 e quando anni dopo “Filtro” incontrò Moro gli ricordò dei due milioni che gli fece perdere.

La più clamorosa è Padova-Sampdoria del 1° giugno 1952. Misteriosi personaggi padovani erano disposti a comprare cinque giocatori della Sampdoria per assicurarsi la vittoria. Moro, dopo qualche tentennamento, convinse quattro compagni mettendo le mani avanti: “Non vorrei che poi quelli lì non ci pagassero” e firmò quattro assegni da 200.000 lire l’uno come pegno. Durante la partita parò tutto il parabile nonostante la combine, compreso il rigore, ma alla fine il Padova vinse 2-1.

Contro l’Udinese nella stagione ‘52-‘53 la partita venne truccata per 800.000 lire a sua insaputa. Una partita pazzesca in cui con Galassi, infortunatosi, andò tra i pali al posto di Moro che si ritrovò in attacco sfiorando il gol.

Sampdoria-Roma della stessa stagione vide i blucerchiati vincere per 1-0 grazie a un milione e mezzo di lire versato ad alcuni giocatori giallorossi; 800.000 lire, secondo Moro, andarono a un famoso giocatore della Roma.

Quando a Genova arrivò il Milan Moro fu incaricato di gestire la cosa visti i suoi trascorsi rossoneri. Non aveva agganci tali per intavolare una trattativa, così bluffò dicendo al “mecenate” che gli aveva dato quell’incarico che era tutto a posto. In realtà non c’era stato alcun contatto ma grazie a una sua prestazione superba la Samp vinse. Al momento di riscuotere il denaro il “mecenate” si oppose dicendo che si era accorto che il Milan ce l’aveva messa tutta e che Moro aveva mentito.

Contro una squadra del sud i blucerchiati offrirono il premio partita, decisivo per la salvezza, ai giocatori avversari e vinsero 4-1.

Moro raccontò a Pennacchia pure dei derby romani. Quando difendeva i pali della Roma due personaggi vicini alla Lazio gli offrirono circa un milione ma rifiutò e siccome la partita finì 1-1 gli diedero 100.000 lire per comprarsi il suo silenzio. Nel girone di ritorno ci riprovarono raddoppiando la posta ma Moro fu ancora una volta inflessibile e permise alla Roma di vincere 3-1.

L’ultimo episodio è ancora un derby capitolino, quello del 17 ottobre 1954. Un suo ex compagno di squadra gli offrì un milione e mezzo per lasciar vincere i laziali ma Moro fece il suo dovere senza denunciare l’episodio e la partita finì 1-1.

E’ un elenco da voltastomaco ma chi ha conosciuto Moro sa che è stato vittima di un ambiente ipocrita che ormai l’aveva bollato e preferisce ricordarlo per le straordinarie doti atletiche e l’istinto che l’hanno reso uno dei portieri più importanti della storia del calcio italiano. La sicurezza nei propri mezzi sfociava spesso nella spavalderia e gli fece commettere sviste clamorose ma basta questo episodio per consacrarlo a leggenda. Durante una partita contro il Milan i rossoneri attaccavano a testa bassa e in una di queste incursioni Schiaffino scagliò un tiro terrificante nell’angolo che Moro riuscì a bloccare. Quando si rialzò per rinviare Schiaffino lo inseguì per complimentarsi con lui: “Voglio stringerti la mano, perché non avevo mai visto una parata simile!”.

Le chiacchiere sul suo conto si spensero definitivamente il 27 gennaio del ’74 quando morì a Sant’Elpidio. Nessuno nel mondo del calcio si ricordò di lui quel giorno tranne Dino Zoff che inviò ai funerali la sua maglia della nazionale.

Fu un gesto istintivo, da parte mia,
perché nel gennaio del ’74 quella era una maglia imbattuta da anni
e Giuseppe Moro, che l’aveva onorata, era degno di indossarla come nessun altro




2 thoughts on “LA VERITA’ DI GIUSEPPE MORO

    1. Sergio Sorce Autore

      Grazie a te per aver mostrato di apprezzare questo pezzo su tuo padre. La soddisfazione più grande per me. Credo che la sua storia debba continuare a vivere nei racconti.

      Rispondi

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