IL BARÇA AI TEMPI DI GAUDI’

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“Golazo! Golazo!” ripete un tifoso alle mie spalle ogni volta che i blaugrana si avvicinavano all’area avversaria. Non si accontenta del gol, vuole di più. “Yes! Yes! Yes yes!” grida ironicamente un altro accanto a me mentre Cristiano Ronaldo mulina le gambe.
Sono stato in cima al Camp Nou, la tana del più forte club del calcio moderno. O forse di sempre, chissà.
Ci sono stato per il Clásico, un privilegio riservato a pochi comuni mortali o a mariti fortunati come me. E pensare che la donna che mi ha fatto questo regalo è la stessa che qualche anno fa alla domanda: “Dimmi un giocatore del Barcellona” – e ovviamente dissi “Messi” – rispose: “Mmmh…uno più famoso?”.

Nel primo pomeriggio il giallorosso catalano colora la Diagonal, l’arteria della Rambla e tutti i capillari diretti alla Barceloneta. Un flusso denso e ordinato che si dirada nelle taperie e nei salotti a ridosso del fischio d’inizio. Impossibile non incrociare lo sguardo con un tifoso o un turista appena uscito dallo store col sacchettino in mano. Più a ovest, a due ore dalla partita, la metro è già congestionata fino a Les Corts, la fermata dove inizia la processione verso lo stadio. Il viale trabocca di eccitazione e non importa se il posto è a bordo campo o in piccionaia: l’importante è esserci. I selfie stick duellano come spade digitali per immortalare ogni passo che conduce all’ingresso. C’è il tempo per una birra, per un coro o una foto con un tifoso particolarmente variopinto.

Il Camp Nou è scarno in confronto al barocco ricercato della Plaza de toros Monumental ma qui sono tutti convinti che le merengues verranno infilzate più volte dai toreri di Luis Enrique. Si aspettano la corrida che mati definitivamente la Liga.
Mancano pochi giorni ai quarti di Champions ma l’attesa sembra quella che precede la più importante delle partite. D’altronde è il Clásico, non si può avere la testa altrove, e per la prima volta mi rendo conto di cosa significhi per loro.

Nei pressi dei cancelli sento il profumo dell’antipasto della serata. E’ primavera, stagione di rinascita, di fiori sbocciati e frutti che riempiono i banconi, gli stessi banconi che un bambino in via Tuinbouwstraat ad Amsterdam guardava con la cosa dell’occhio mentre dribblava tutti. Al calar del sole alzeremo gli occhi al cielo cercando la nuova stella del firmamento: quella di Johan Cruijff.
Prima di entrare vedo un nostalgico con la sua maglia ai tempi del Barcellona e un giornale in cui giganteggia la sua caricatura. Non sarà una partita come tutte le altre perché prima di iniziare il club che si vanta di coltivare in casa i propri successi ringrazierà il figlio di un fruttivendolo olandese senza il quale non avrebbe mai cambiato mentalità. Il discepolo di Michels, l’uomo che diede identità al 14, il leader dell’Arancia Meccanica rivoluzionaria e sfacciata, insegnò un nuovo modo di intendere spazio e tempo calcistico agli iberici che niente pensavano di dover imparare.
Quando lo speaker annuncia la proiezione di un video l’attenzione si catalizza verso i maxischermi. Il montaggio è così commovente da zittire 90.000 persone, la testimonianza di chi ha giocato con lui è senza filtri. Scorrono le immagini della prima Coppa dei Campioni, vinta da un club quasi anonimo a inizio anni ’90. Koeman scaraventa una sassata alle spalle di Pagliuca infrangendo le speranze di una Cenerentola italiana che avrebbe meritato di ballare ancora un po’. Ricordo il mio Mivar grigio con gli spigoli arrotondati, l’abbraccio teso ed emozionato che soffocò Crujiff e il mio dispiacere di bambino nel vedere la piccola Sampdoria sfiorare l’impresa a Wembley.

Non c’è un posto libero quando si alternano le immagini del Johan giocatore e allenatore, ad ogni gol partono brevi applausi spontaneamente spenti per ascoltare le parole dei protagonisti.
Il Gracies Johan che appare sull’erba che l’ha visto volare, imprendibile. Nessuno sembra volersi sedere.

Non passa uno spillo tra uno spettatore e l’altro quando all’ingresso delle squadre capisco il senso di quel cartoncino blu sul mio seggiolino. Ognuno solleva il proprio dando vita a una coreografia che coinvolge tutti i settori. Stento a crederci. Mai vista una cosa del genere. Mi sembra di essere in un film.
I convenevoli sono alle spalle, adesso c’è spazio solo per lo spettacolo in campo, la cosa che mi interessa di più.
Guardo con occhi neutrali mentre sale un leggero fastidio per l’arroganza blaugrana, o forse catalana in genere. Ho già visto il Barcellona una volta, sei anni fa a San Siro, perdere contro l’Inter del triplete. Esultai fino a provocarmi il mal di testa, piccolo puntino in una bolgia nerazzurra. Arrivai allo stadio alle quattro e mezza del pomeriggio, incapace di gestire la tensione, e dopo di me chiusero il parcheggio. Alle 18.00 erano già tutti dentro. Ma questa è un’altra storia e soprattutto quello era un altro Barca.

Una squadra che aveva innestato Ibrahimovic solo per rispondere all’altisonante colpo madridista di Cristiano Ronaldo. Era il Barca innovativo e inimitabile che estremizzava il concetto di palla a terra disdegnando di alzarla addirittura per il calcio d’angolo. Nel calcio, un po’ come Lavoisier stabilì in fisica, nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma e Guardiola applicò agli interpreti più tecnici del pianeta concetti antichi ma difficilmente percorribili, soprattutto per novanta minuti: formare triangoli ovunque, costante possesso di palla, movimento corale e furioso per recuperarla, due tocchi, almeno due possibilità di passaggio.
Insegnamenti ripetuti in ogni scuola calcio, o quasi, ma che solo in quella meravigliosa cantera sembravano realizzabili. Così ecco spuntare in prima squadra giovani abituati a giocare con quel sistema quando ancora avevano i denti da latte: Xavi, Iniesta, Messi, Pedro, Puyol e compagnia. Ragazzi la cui immensa classe negli anni è stata valorizzata da un percorso di crescita preciso e ossessivo ma, come già detto, frutto di un seme gettato da un olandese celebre per orizzonti visionari e una malcelata, molto malcelata, supponenza.

E’ questo che mi irrita del Barcellona, l’atteggiamento arrogante di chi sottolinea la propria superiorità. Posto che non c’è niente di male nell’essere il numero uno, bisogna ricordare che della cantera oggi rimane ben poco; nessuno ha avuto il coraggio di ammettere quanto sia stato pagato Neymar, Suarez è arrivato nel pieno della maturità, Rakitic è un croato lanciato dallo Shalke e dal Siviglia, Dani Alves un fenomeno arrivato all’apice della carriera e Jordi Alba un prodotto della cantera che è tornato alla base sette anni dopo. Così, giusto per fare qualche esempio.
Si continuano a tessere erroneamente le lodi del vivaio nonostante questa squadra non sia più il risultato della covata fortunata di Pep ma della immorale mancanza di un fair play finanziario.

E dopo Iniesta e Messi, cosa succederà?

Chi può dirlo, a noi è dato solo godere del presente, un piacere per il palato degli amanti del calcio. Fino a un certo punto però perché quando si abitua il tifoso al golazo e non più al gol, quando ci si inventa il rigore a due (anch’esso scuola Ajax) come se si dovessero sbloccare le missioni di Pes, significa che si è oltrepassato il limite.

Nel primo tempo mi è sembrato giocassero con insolenza, sicuri che il gol prima o poi sarebbe arrivato, ostinandosi a entrare in porta con la palla. Atteggiamento cresciuto col vantaggio di Piquet ma giocando col fuoco ci si può scottare e il Real, che vive di fiammate, ha punito i narcisi.
Alla fine il tifoso accanto a me non ripeteva più “Yes yes!” a Cristiano Ronaldo e dopo il triplice fischio le gradinate si sono svuotate senza fischi né polemiche. In fondo il campionato lo vinceranno lo stesso.

Mentre assistevo a tutti quei ricami, a tutti quegli arabeschi disegnati sul campo, mi chiedevo una cosa: perché? E soprattutto perché proprio qui? E la mente è andata a poche ore prima quando ho visitato Casa Battló di Gaudì. Penso che il calcio sia la trasposizione socio-culturale di un popolo, cerco sempre una connessione tra la storia di un paese e il suo modo di intendere il gioco.

Gaudì interpretò come una sfida l’invito del signor Battló, che guarda caso si chiamava Josep come Guardiola, di ristrutturare un edificio stretto e modesto, e puntò tutto sulla rappresentazione allegorica. I lucernai ricordano il guscio delle tartarughe marine e il camino un fungo, i corrimano perfettamente ergonomici accompagnano la salita e niente è lasciato al caso come il cavedio centrale decorato di piastrelle azzurre ma di tonalità diversa a seconda della luce. La scala al piano terra, come un sostegno costruttivo, ricorda la colonna vertebrale e i finestroni diventano vetrine affacciate sulla città.
Gaudì sceglie la semplicità dove serve e insegue l’artifizio se luce e spazio giocano contro. Comprendo la ricerca spasmodica della perfezione del Barcellona, trasposizione calcistica del genio architettonico di Gaudì. Se non c’è il corridoio per un filtrante si preferisce un reticolo di passaggi che sfianchi l’avversario fino a concedere uno spiraglio. Nessuno impone di arrivare in porta attraverso un lancio lungo o con una scalinata ricchissima di tocchi. Si ricerca l’azione perfetta attraverso giocate che uniscano funzionalità ed estetica.

Non c’è un solo modo di giocare e un solo modo di vincere, quindi accantono per un attimo le critiche e la presunzione che accompagna le loro vittorie. In fondo stanno solo interpretando un folle progetto modernista catalano.

 

“La linea retta è la linea degli uomini, quella curva la linea di Dio”

Antoni Gaudì




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