LETTERA DA AMBURGO

1956

Ero partito per vedere una partita e ho vissuto un’esperienza.
Ero partito per visitare una città e ne ho viste molte.

Mesi fa mi sono appassionato a una squadra di calcio anticonformista e ho preso due biglietti per vederla dal vivo. Quello che non sapevo è che più che una partita avrei assistito a uno stile di vita, figlio di una città sorprendente dove convivono realtà antitetiche. Bere una birra sulla sdraio affacciato al porto mercantile è un modo insolito di gustarsi il tramonto. Il porto mercantile, considerato solitamente un luogo grigio, diventa una passeggiata affollata che porta fino a Speicherstadt, il complesso di vecchi magazzini in mattoni rossi. Camminare tra i canali non è come perdersi tra le calle di Venezia, non è né meglio né peggio. E’ diverso.

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Amburgo è diversa.

E così la Reeperbahn a luci rosse, pur sopra le righe, si sveste del degenero di Amsterdam, e rimane una folcloristica rappresentazione delle notti trascorse un tempo dai marinai. Vicino ai pub dove i Beatles si sono fatti le ossa c’è un parco dove godersi la primavera, il rigore dell’architettura nordica è smorzato dalle rive romantiche del lago, c’è il quartiere di Sternschanze dove gli studenti si riversano nelle strade per festeggiare la notte.

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E poi c’è St. Pauli.

Ho dormito a due passi dal Millerntorn, bevendo un Astra al bancone ho conosciuto un tifoso di origini spagnole con cui abbiamo commentato la partita. Mi ha raccontato dei campionati tra tifoserie ultras che si disputano ad Amburgo. Mentre sulle note di un dj set punk-rock guardavo i tifosi ballare nella micro pista del Jolly Roger, pensavo a poche ore prima quando, al mercato del pesce, ho visto signori attempati scatenarsi sulle note di un rock’n’roll suonato da gente che il rock’n’roll l’ha visto nascere. Quando hanno intonato “Johnny be good” ho capito che più che un viaggio nel tempo si trattava di un mondo parallelo.

Quando sullo 0-3 i 24.000 del St. Pauli per sdrammatizzare accompagnavano i passaggi con degli olè avevo in testa una sola parola: filosofia. E non poteva che nascere in una città del genere. Non è la solita retorica su un modello di calcio a cui gli inglesi sono arrivati solo dopo tragedie e le dure leggi della “Lady di ferro”. E’ diverso.

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Amburgo è diversa.

Per girare i parchi non serve la piantina come a Londra, sono a misura d’uomo. Così è la città. Così è la squadra. Quando sullo 0-3 non ci sono stati fischi ma applausi la stessa parola nella mia testa: filosofia.
I risultati a St. Pauli, e lo dimostra la storia del club, vengono dopo. Prima viene il senso di appartenenza a uno stile di vita. Non tutti i 24.000 del Millerntor vivono a St. Pauli, quartiere nel frattempo diventato più cool, ma sposano questa mentalità. Una mentalità difficile da esportare ma ci proverò, e dopo 1.200 chilometri custodisco gelosamente il volantino della Nordkurve pur non capendo una parola di tedesco.

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