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L’ULTIMO PRINCIPE

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Le grandi imprese sportive si compongono sempre di immagini indelebili che dipingiamo in fondo ai nostri occhi, e di colonne sonore fatte da telecronisti resi immortali dalla trance agonistica con la quale ci hanno raccontato le grandi gesta dei nostri eroi preferiti, come dei moderni aedi, vestendo semplici uomini di un’aura ultraterrena.

Da Giampiero Galeazzi e i fratelli Abbagnale nel “due con” di Seul ’88 – La prua è azzurra, andiamo a vincere!-, passando dai “Roberto!” griffati Bruno Pizzul a USA ’94, fino ad arrivare all’elegia più celebre per la mia generazione, cantata da Fabio Caressa al Westfalenstadion, con quel Cannavaro, e quelle “C” così calcate che nascondono il riscatto di milioni di italiani emigrati, di pizzerie berlinesi boicottate, del calcio italiano guardato con disgusto da Federazioni che, si scoprirà anni dopo, erano marce e corrotte anche più di noi. Con quella grinta di un gruppo che non amai subito, con Nesta fuori alla prima partita, con la folle gomitata di De Rossi, con un Inzaghi che nel campionato precedente aveva segnato semplicemente guardando il pallone, inspiegabilmente rilegato in panchina. Senza Bobone, costretto a saltare l’ultimo grande appuntamento della sua carriera.

Quel Mondiale fece scendere di un paio di tacche il mio disprezzo nei confronti di Lippi, reo – a mio avviso – nel biennio di militanza a Milano, di aver fatto scappare un giocatore che ha forgiato a fuoco almeno quattro generazioni di bambini che si sono avvicinati al pallone, affatati da quella grazia che ogni domenica si manifestava, fatta di quel codino perennemente in ritardo rispetto alla direzione del possessore. Quasi fuori tempo, come ad indicare che neanche una ciocca di capelli riusciva a stare dietro alle gambe e alla mente dell’uomo che – scusate se insisto – per me è stato IL calciatore italiano. Il più forte. Devo riconoscere a Lippi un altro merito: a seguito della improvvida cacciata di Baggio, involontariamente, diede vita ad una serie di eventi che portò alla realizzazione di un idillio perfetto sotto l’egida della Leonessa, fatta di un’intesa tra uomini di un’altra epoca, di un’altra pasta. Baggio e Carletto Mazzone, fari così luminosi che quasi ci si dimentica che a dettare i tempi, in quel Brescia, c’era un certo Pep Guardiola.

Questa storia potrebbe finire qui, per la quantità di mostri sacri che ho scomodato, ma la storia che voglio raccontare passa inevitabilmente dal blaugrana, penultimo atto di un’impresa che, inspiegabilmente, per me non ha voce. E dalla storia di un uomo, che ha avuto un pregio rarissimo nel mondo del calcio: non ha saputo arruffianarsi un pubblico o la stampa. Semplicemente l’ha stregato. La storia di Diego Milito.

E’ il minuto 70’ di una notte madrilena quando il Principe entra in area, fa la solita finta a rientrare e buca per la seconda volta la marmorea difesa bavarese, provocando un gesto di stizza in Samuel Eto’o, liberissimo e pronto ad entrare nella leggenda come unico marcatore in tre finali di Champions League.

Ma quella finta e quell’egoismo sono la ricompensa di una storia che insegna che, ahimè raramente, gli umili vincono.

Innanzitutto voglio spiegare cosa Milito con quel gol ha fatto per me. Ha tolto l’audio.

Ancora adesso, riguardando gli highlights già visti mille volte su Youtube, non saprei dire se alla telecronaca ci fosse Caressa, o Mazzocchi, o chi per essi. Né tantomeno ricordo le parole con cui, ad arte, sarà stata celebrata la doppietta del Principe. Per me quel gol è stato un viaggio, come in cima ad una montagna, dove c’è un silenzio così irreale che lo si può ascoltare. Mi ha spedito in un mondo di ovatta dove i suoni, le persone, un ventennio di sfottò, di umiliazioni sportive, di 5 maggio, di Iuliano sono stati risucchiati da un’emozione. Quella di avercela fatta. Quella di aver vinto.

Milito Madrid

Un’emozione così grande, così intensa, da riempire il cuore e poi la testa, invadendola tutta, come una piena, fino alle tube di Eustachio, poiché quel momento deve incollarsi in ogni piega, in ogni avvallamento, in angolo della mia testa. Deve diventare indelebile.

E’ la rivincita di un giocatore che ha fatto sempre gavetta. La serie B col Genoa, il Saragozza, di nuovo il Genoa. E il salto all’Inter. Un giocatore che sinceramente mi aspettavo facesse qualche golletto e tanta panchina, anche perché l’attacco si reggeva sulle spalle di sua Maestà Zlatan. Come tutti gli interisti fui assorto dalla dissertazione sullo scambio dello svedese con Eto’o. Personalmente credevo che l’Inter si fosse privata dell’Accademia di Brera per prendere un palazzinaro, ossia uno molto concreto, ma non un’artista del gol.

E fu così. Eto’o si dimostrò estremamente efficace, pur partendo larghissimo. Ma l’artista non mancò. C’era, era già presente e in pochi lo notarono. Non era un nome altisonante, aveva un fratello che militava nel Barcellona dei campioni, veniva da una provinciale.

Eppure gara dopo gara, dopo anni passati tra Argentina e Continente, tutta la fame di lasciare un segno si vedeva in quegli occhi spiritati, spalancati, quasi folli.

Milito ha incantato, non si può negarlo. Leggero e leggiadro, di destro e di sinistro, quasi fragile, antitetico con la potenza di Ibra, il Principe del Bernal entrava nella sua riserva di caccia, l’area di rigore, e il pallone scompariva, e lo si ritrovava sempre in fondo al sacco. Milito ha costruito la sua carriera e fatto scattare in piedi milioni di tifosi disegnando traiettorie invisibili per tutti, tranne che per lui, e non perché disegnasse magie alla Maradona visit this web-site. Si può affermare che il Principe abbia applicato la teoria del rasoio di Occam all’arte del gol: tolte tutte le traiettorie che non portano al gol, l’unica possibile, per quanto semplice, è per forza quella giusta.

Ma dire di Milito che è stato solo questo significa non averlo mai visto giocare.

Milito era tattica, sacrificio, abnegazione, tempismo, superbo senso del gol. E ci sapeva fare. Andate a guardarvi i triangoli con Snejider o Motta in due metri, al volo, di prima. E poi ditemi quali altre prime punte lo sanno fare.

Tanto era schivo fuori dal campo, tanto era implacabile dentro. Mai una polemica, mai una parola fuori posto, mai una critica a società o allenatore. L’unica volta in cinque anni di Inter (e sette di Serie A) in cui ha regalato un titolo ad un giornalista è successo perché un imbecille, a cinque minuti dalla vittoria della più prestigiosa manifestazione per club, gli ha chiesto se sarebbe rimasto e lui ha risposto la prima cosa che gli è venuta in mente. Una domanda pertinente quanto il suo punto di vista sulla Teoria dei Giochi o risolvere l’atavico dubbio se la signora Milito preferisca il cotto o il marmo per il pavimento del salotto.

Domenica scorsa Milito ha appeso gli scarpini al chiodo. Dopo averla buttata dentro, what else?

Di lui hanno detto che nel 2010 avrebbe meritato il Pallone d’oro – un certo Sir Alex Ferguson.

E che è stato l’attaccante più difficile da marcare, parola di Leonardo Bonucci.

Ma le parole più belle, la sua filosofia, alla fine, credo che l’abbia espressa lui, accanto alla sua maglia a strisce nere e azzurre numero 22: “Quando sono lì, in campo, il gol non è né un pensiero leggero, né un’ossessione: semplicemente, è il mio mestiere”

Antonio Barbero




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