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QUANDO L’ODIO APRI’ LA MENTE

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La laurea in design mi ha lasciato in eredità un pezzo di carta difficile da spiegare, pomeriggi sul prato a progettare sedie e notti in bianco a incollare plastici sulle note dei Green Day.

Per combattere il sonno bevevamo il caffè dello studente, una droga che le generazioni del Politecnico si tramandano da decenni. La miscela si ottiene semplicemente mettendo sul fuoco una moka con all’interno della caldaia il caffè al posto dell’acqua. Gli effetti sono molto più devastanti delle ali messe dalla Redbull.

La prima notte in bianco la trascorsi a casa del mio socio dell’epoca, un milanista della Fossa dei Leoni che alla mattina consegnava i giornali, al pomeriggio aiutava un falegname e alla sera scroccava l’acqua a quelli del lavaggio strade per pulire il motorino. Personaggio decisamente sui generis.

Mentre parlavamo delle tavole da disegnare lessi sullo stipite della porta una frase scritta a pennarello: fino a qui tutto bene. “E’ la frase di un film” – disse vedendomi smarrito – “s’intitola ‘L’odio’, te lo consiglio vivamente”.

Erano i tempi di Blockbuster e i VHS e la sera dopo lo affittai ma mentre lo guardavo pensai: “Embè?”, finché il finale mi tagliò in due e riguardandolo ancora e ancora sgorgarono mille riflessioni.

Lo stile

Kassovitz non gira in bianco e nero per rendere “L’odio” una schizzinosa pellicola da cineforum, semplicemente crede che nessun colore sia più importante del volto grigio della periferia, e gli serve da filtro quando il sangue avrebbe reso la scena inutilmente splatter.

La Torre Eiffel è l’unico  indizio che rivela qualcosa sul luogo. Niente come il bianco e nero può dipingere la desolazione dei palazzoni davanti a cui cazzeggiano i protagonisti. E’ la periferia, sono i sobborghi, i cessi pubblici, la strada, la stazione, gli scenari peggiori di ogni città, è il non luogo di Moughè (banlieau parigina) ma potremmo essere in qualunque periferia occidentale. Non sono importanti gli ambienti, i colori o la stagione, è importante solo ciò che accade.

La premessa

Il film, girato e ambientato nel ’95, si apre con la notizia che un ragazzo di nome Abdel è finito in coma in seguito agli scontri con la polizia durante le manifestazioni nella banlieau. E’ la stessa durezza tatcheriana usata per reprimere gli scioperi inglesi degli anni ‘80. E’ la tensione che nasce ghettizzando gli stranieri e le classi sociali più povere e che anche in Italia vediamo crescere con l’immigrazione. Si parte da questi riferimenti storici per parlare di violenza, odio e razzismo, talvolta attraverso le battute scanzonate dei protagonisti, talvolta attraverso il climax ascendente della storia. Il tutto è miscelato da una colonna sonora che spazia dall’ hip hop francese alla musica classica, passando per il reggae e il soul.

I personaggi

Il regista presenta i tre protagonisti anticipandone il nome attraverso una finezza: Said lascia la propria firma sulla camionetta della polizia, l’anello con la scritta Vinz viene inquadrato prima della faccia, Hubert è ritratto su un manifesto che pubblicizza un incontro di boxe.

Sono francesi di lingua e forse di nascita ed è curioso il loro legame pur appartenendo a etnie diverse: Said è arabo, Vinz ebreo e Hubert centroafricano.
Poco istruiti, vivono di espedienti in una realtà puzzolente e povera che non riserva possibilità per il futuro.

Said è un buono a nulla incapace di imporsi e prendere delle decisioni, vive da parassita appoggiandosi all’uno o all’altro amico e al fratello Mustafà, malavitoso rispettato anche dai PS in borghese.
Hubert è il buono intenzionato a evadere da questa condizione, mette in piedi una palestra che negli scontri viene incendiata e aiuta la famiglia spacciando perché è l’unica risorsa possibile.
Vinz è una macchietta che insulta e provoca di continuo ma in realtà è il più debole e muore da agnello, esprimendo la chiave di lettura del film.

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La pistola

Vinz ritrova una pistola persa da un agente durante gli scontri e da quel momento si sente il boss del quartiere, l’unico a poter vendicare Abdel nel caso in cui morisse. Il più impaurito dal ritrovamento della pistola però è Vinz stesso che più volte ha l’occasione di usarla ma non lo fa. Prima la porta con sé all’ospedale senza dirlo agli altri perché tanto non avrebbe il coraggio di usarla. Poi durante il confronto con un poliziotto trema come una foglia ed è Hubert a salvarlo stendendo l’agente con un pugno. Si tira indietro anche nella surreale scena a casa di Asterix, quando si rende conto che premere il grilletto sarebbe una follia. Non spara nemmeno ai poliziotti in stazione una volta appresa la notizia della morte di Abdel.

La scena emblematica è quando punta la pistola alla fronte di un nazi, che lo aveva aggredito poco prima, mentre Hubert lo incalza a sparare. Ma Vinz non spara. Non spara perché non ne ha il coraggio, non è nella sua natura, non nasce cattivo e nemmeno riesce a diventarlo.

La storia dura meno di ventiquattore nelle quali Hubert cerca di convincere l’amico che la vendetta è un piatto che non và servito affatto. Memorabile il dialogo nei bagni: “Se solo avessi studiato sapresti che l’odio chiama l’odio, l’odio chiama l’odio. Se Abdel crepa non è che un amico in meno ma se ne ammazzi uno di loro non sarà che un PS in meno, non puoi ucciderli tutti”.

Mentre guarda il telegiornale con sua madre Hubert dice di volersene andare, è convinto che ci fosse anche Vinz tra quelli che gli hanno devastato la palestra nella guerriglia coi poliziotti. Si rende conto di quanto siano invasati e nutriti della violenza che spesso ricevono.
Definirle vittime è eccessivo ma non sono nemmeno sempre carnefici. La scena al commissariato, per esempio, mostra certi abusi di potere di cui si sono macchiate a volte le forze dell’ordine (scuola Diaz insegna).

Hubert è un buono che vive da buono, la sua attività viene incendiata eppure non ce l’ha con nessuno. E’ sopraffatto da un sistema da cui difficilmente potrà liberarsi e la droga diventa l’unica forma di evasione, così nella pellicola di Kassovitz anche quello di perdersi tra i fumi di uno spinello non è una scena banale.

Il cerchio

Il film si apre e chiude allo stesso modo, la voce fuori campo di Hubert racconta la storia di un uomo che mentre precipita da un palazzo di cinquanta piani si ripete per farsi coraggio: “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene…”. E’ una consolazione, un modo per convincersi che non c’è alcun problema mentre cresce la sensazione che tutto stia precipitando.

La caduta di quell’uomo è la stessa di questa società e Hubert, pur strafatto di crack, rivela ai due amici la metafora.

Il cartellone pubblicitario “Le monde est à vous”, corretto con lo spray da Said in “Le monde est à nous”, è la magra consolazione di sbandati a cui restano solo i muri per esprimere le proprie idee. E’ anche un messaggio per noi che ci sentiamo più liberi grazie a un iphone e un televisore da 40 pollici ma che senza coltivare sentimenti siamo destinati a regredire.

 

le monde est a nous

 

Il bivio

Ormai è l’alba quando Vinz consegna la pistola a Hubert che si incammina verso casa. Non ha nemmeno il tempo di gioire per aver condotto l’amico sulla giusta strada che dopo pochi passi è costretto a tornare indietro sentendo odore di guai. La bravata di un poliziotto, sotto i suoi occhi, leverà per sempre Vinz da quel cemento.
Hubert punta l’arma in fronte all’agente che risponde al gesto ma chi sparerà per primo?
Il sipario cala su questa domanda, la camera stringe su Said che chiude gli occhi e…

Se sparasse Hubert si inginocchierebbe al sistema e, spinto dal desiderio di vendetta, alimenterebbe l’odio che ha sempre ripudiato. Sarebbe la fine pessimista di un film già pessimista (o realista) di suo, in cui non c’è via di scampo da una società alimentata dall’odio.

Se sparasse il poliziotto significherebbe avere buoni e cattivi, servi e padroni, vittime e carnefici a seconda delle dinamiche, delle diverse situazioni ma Hubert morirebbe da puro, da buono. Difficile. Ma non impossibile.

 




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