TUTTE LE STRADE PORTANO A DIEGO

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Non ci stupisce niente ormai, ci siamo abituati persino al duello tra Cristiano Ronaldo e Leo Messi, talenti di cui comprenderemo la grandezza solo quando avranno lasciato quel rettangolo verde trasformato in un ring da colpi ai limiti dell’umana comprensione. Soltanto allora capiremo il privilegio che abbiamo avuto ad essere spettatori della loro epoca.

Il paragone coi fuoriclasse del passato è un discorso da bar dello sport che è meglio riservare a una chiacchierata col solito vecchio amico dopo qualche bicchiere di troppo o a una passeggiata di fine estate in cui fingere di sentirsi più vecchi ricordando i bei tempi andati. Eppure la sconfitta del Napoli in semifinale di Europa League, assolutamente favorito sul Dnipro, ricorda quanto sia stato carismatico quel ragazzino di Villa Fiorito, capace di attirare le telecamere nella miseria di una Buenos Aires lontana anni luce dai social network e rispondere ancora bambino: “Mis sueños son dos: mi primer sueño es jugar en el Mundial y el segundo es salir campeón mundial”.

Non è un confronto coi top player odierni ma una riflessione sul rapporto giocatore-successi, sulla capacità di determinare il risultato a seconda del proprio peso, sull’impatto devastante che la figura di Maradona ha avuto nella cultura extra calcistica. La sua classe è stato il valore aggiunto in un contesto buono ma che senza il suo sinistro non avrebbe vinto due Scudetti, Coppa Uefa, Coppa Italia e Supercoppa italiana.
Nemmeno nelle poesie di Borges avremmo letto di un argentino con la faccia da scugnizzo capace di regalare in pochi anni quello che ai piedi del Vesuvio non rivedranno per altri cento. La magia di Diego sta nel aver vissuto una vita oltre l’immaginazione e poco importa se la tossicodipendenza lo abbia quasi ucciso perché nessuno di noi avrebbe sopportato un peso così grande.

Cosa spinge una donna a pregare sotto una finestra d’ospedale affinché non lasci questo mondo, stringendo la sua immaginetta come un santo?
La Lonely Planet tra le prime dieci attrazioni napoletane consiglia il pellegrinaggio all’altarino di Via San Biagio dei Librai, dove in una teca è conservato un suo capello. Fabrizio Miccoli si comprò all’asta il suo orecchino. Poi ci sono i murales nei vicoli, le statuette del presepe, i francobolli e molto altro.
Ha ispirato il fanatismo dei poveri che l’hanno eletto icona di riscatto sociale e ha catalizzato il fascino degli intellettuali che ne hanno celebrato la grandezza. Come può un uomo, anzi un calciatore, unire tanta gente?
Forse è il suo verbo che, nonostante fama e denaro, non si è allontanato dalle strade in cui è cresciuto. Perché di verbo si tratta se a Rosario hanno fondato la Iglesia Maradoniana che calcola il calendario dal suo anno di nascita. Siamo al cospetto di un mito perché non esiste altro calciatore a cui, ancora in vita, sia stato dedicato uno stadio come ha fatto l’Argentinos Junior, sua prima squadra.

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Le sue vittorie hanno rappresentato una rivincita per i napoletani sullo strapotere del nord e hanno avuto una risonanza superiore a qualsiasi altra città. “Voglio diventare l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli, perché loro sono come ero io a Buenos Aires” – disse il 5 luglio 1984 davanti ai 60.000 che affollavano il San Paolo. Oggi va di moda andare allo stadio per accogliere i fenomeni e vederli palleggiare alla presentazione ma trent’anni fa non era consuetudine. Fu amore a prima vista tra una città che gli ha perdonato tutto e il Pibe che più volte ha ricambiato con riconoscenza: “Tutti dicono: questo è stato il migliore del Barcellona, questo è stato il migliore del Real Madrid, questo è stato il migliore del Chelsea…Io sono orgoglioso di essere stato il migliore del Napoli”.

Non ha fatto innamorare solo argentini e napoletani ma i tifosi di ogni continente, rappresentando un simbolo al quale aggrapparsi, una figura in cui riconoscersi. Nessuno ha diviso e unito più di lui, molti lo hanno scaricato ma la maggior parte lo ha innalzato rendendolo speciale, e le parole del solo che ne meriti il confronto lo dimostrano: “Paragonarmi a Maradona? Impossibile, lui è unico. Non ce ne può essere un altro” – rispose Leo Messi nel 2005, agli albori della sua carriera extraterrestre.

Mi chiedo la ragione di tutto ciò e non trovo risposta. Forse sta nel fatto che mentre il calcio ha preso la deriva del business lui ne ha preso le distanze, toccando in maniera trasversale il cuore di milioni di tifosi e incarnando lo spirito popolare che questo gioco nonostante tutto conserva. Dall’altare del numero uno non ha mai avuto paura di mostrarsi al mondo per quello che è.

Forse sono state le dichiarazioni  sparate come petardi nelle stanze ipocrite del calcio, parole della gente, a volte maleducata, oppressa, disperata ma sempre fiera. E il calcio è il gioco della gente.
Una sfrontatezza che gli procurò in fretta diversi nemici tra i colletti bianchi della Fifa, basti pensare a come commentò la decisione di giocare le partite di Usa ’94 a orari insostenibili per venire incontro al palinsesto televisivo europeo: “Havelange e Blatter sono egoisti, hanno pensato solo agli interessi legati alle tv. Non accetto che i calciatori siano sfruttati. Per anni gli industriali che governano la Formula 1 hanno finto di ignorare i pericoli. Hanno baciato alla pubblicità, ai soldi: poi, quando è morto Senna, hanno cominciato a pensare a come modificare i regolamenti”.

Dopo una dichiarazione del genere non è difficile capire perché, pur di metterlo in ginocchio, architettarono quel mistero chiamato efedrina che lo escluse dal circo americano. Gli stessi dirigenti che lo avevano supplicato di rimettersi in forma, per esportare il calcio negli States, lo silurarono una volta realizzato che l’Argentina stava diventando un fuori programma.

E così di quell’estate si ricorda la vittoria brasiliana, il codino nazionale, l’afa di Pasadena a mezzogiorno ma soprattutto l’urlo in faccia alla telecamera dopo il gol contro la Grecia, il volto scavato di un uomo risorto dal tunnel della cocaina, gli occhi spiritati di un campione distante da qualsiasi normalità. L’immagine tenera dell’infermiera che lo accompagna per mano all’antidoping è il preludio a un cazzotto da cui moralmente non si rialzerà più, eppure il mito crebbe nella consapevolezza di aver trattato un uomo come mercanzia.

A pochi mesi dal calcio d’inizio l’Argentina, orfana del Dies, rischiava l’eliminazione dopo un disastroso girone di qualificazione e lo pregarono di tornare per lo spareggio contro l’Australia. A 34 anni, in evidente sovrappeso e con alle spalle una squalifica di 15 mesi per cocaina e una condanna di due anni di reclusione per aver sparato ai giornalisti appostati fuori dalla sua casa, iniziò la sfida più difficile. Una scommessa contro sé stesso e contro tutti che solo il sistema gli impedì di vincere.

Quattro anni prima un rigore vigliacco evitò alla Germania la terza sconfitta consecutiva in una finale mondiale. In quella serata romana, col fascino bastardo di chi non deve niente a nessuno, aspettò la telecamera per rispondere ico de puta agli italiani che fischiarono il suo inno e che non gli avevano perdonato l’eliminazione degli azzurri nella sua Napoli, strano scherzo del destino.

Il suo romanzo mondiale, pur senza giocare, iniziò nel ’78 quando El flaco Menotti, nonostante le pressioni di pubblico e stampa, non se la sentì di convocare il giovane Maradona per la manifestazione organizzata in Argentina con l’intento di celebrare la dittatura di Videla.
L’esordio vero e proprio avvenne quattro anni dopo in Spagna ma porterà a casa le botte di Gentile e un’uscita di scena tutt’altro che cavalleresca con l’espulsione per una pedata nello stomaco del brasiliano Joao Batista. Una delle rarissime mancanze di fair play del Pibe che pochi anni dopo saluterà Barcellona innescando una maxi rissa per vendicare l’entrata di Goikoetxea che gli tolse il 30% della mobilità della caviglia sinistra. Chissà se l’avesse conservata tutta. L’infortunio segnò un crocevia importante perché durante la riabilitazione si circondò dell’affetto del suo clan ma conobbe la scorciatoia della droga per evadere dalla realtà.

Con l’albiceleste nel ’86 realizzò in Messico il sogno confessato da bambino, il sogno di un popolo intero e di una squadra di cui a stento ricordiamo altri interpreti. Ha vinto un Mondiale e due gli sono stati scippati, con nessun altro la critica ha usato la stessa ferocia e le lacrime di Maradona nel ’90, mentre la Germania festeggiava una notte magica, furono la chiosa più goduriosa per i suoi detrattori.

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E’ stato talmente carismatico da ricevere l’incarico di guidare in Sudafrica una Selección ricca di fuoriclasse ma priva di punti di riferimento. La Federazione, non trovando un leader in campo, pensò a lui come uomo attorno a cui stringere la squadra, sapeva che ogni giocatore lo avrebbe rispettato e ascoltato come un messia.

Degli eccessi si è detto tutto, dei vizi fuori dal campo si è scritto fin troppo, come se la coca potesse aiutare un atleta invece che bruciarlo come un fiammifero. Non gli hanno risparmiato le manette ai polsi come un camorrista, i racconti delle notti a braccetto tra alcool e polvere bianca, i guai col fisco, eppure la sua gente gli ha perdonato tutto e non c’è allenatore che non lo ammiri, anche tra gli avversari. Persino Arrigo Sacchi, che dietro le lenti fumé vedeva un calcio rivoluzionario, fatto di tatticismo e fisicità asfissiante, ammise di preferirlo a qualsiasi altro perché riusciva a fuggire da qualsiasi gabbia: “Se potessi rigiocare la partita non cambierei nulla. Cercherei solo di avere Maradona dalla mia parte” – disse dopo una sconfitta col Napoli.

I suoi allenatori gli hanno permesso qualsiasi cosa ricevendo in cambio, oltre ai successi, generosità e rispetto per tutto l’ambiente. Ottavio Bianchi arrivò addirittura ad ammettere: “A Maradona non ho mai portato il caffè a letto ma l’avrei fatto se me l’avesse chiesto. In 4 anni e mezzo non l’ho mai sentito rimproverare un compagno. Sapete quanti mediocri lo fanno in ogni team?”.
La consapevolezza di essere il migliore e di aver ricevuto da Dio un dono così grande non gli ha fatto perdere l’umiltà nel rapporto con lo spogliatoio, nonostante si allenasse poco. Sentite Bigon: “Quando veniva all’allenamento, Maradona era eccezionale. Il problema è che non veniva mai”.
Cristiano Ronaldo in un’intervista ha sottolineato l’importanza della preparazione: “Se non mi alleno un giorno me ne accorgo solo io ma se non mi alleno per due giorni se ne accorgono tutti”. E’ stato come confessare che il proprio talento non sarebbe sfociato in maniera straripante senza una programmazione scientifica, da laboratorio.

Non c’è compagno di squadra che non lo porti sul palmo di mano come Ciro Ferrara, vicino di casa e compagno di mille battaglie: “Abitavo sotto di lui, spesso partiva con il bolide a notte inoltrata per chissà dove. Poteva farlo, era Maradona”.

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Ma non basta il talento a giustificare tutto questo. E allora cosa?

Forse è il riscatto sociale che rappresenta, forse la favola del bambino scampato alla fame grazie a un pallone e diventato scomodo al business di un calcio gestito, usando parole sue, da gente che fa schifo. Forse è il coraggio nelle dichiarazioni, le scelte contraddittorie ma forti, lo sguardo di chi non si prostra ai potenti perché consapevole di non aver debiti da saldare.

In un mondo di hastag e tag per lui potremmo usare qualsiasi aggettivo tranne scontato e prevedibile. Nella partita in cui segnò il gol più bello della storia realizzò anche quello più irregolare, quel colpo di mano giustificato candidamente come la mano de Dios scesa a vendicare le vittime delle Falkland. Non ha mai nascosto le sue idee politiche, anche a costo di farsi odiare. Poco più tardi portò a spasso mezza Inghilterra con un tango folgorante per il mondo intero. E’ un gol visto e rivisto ma fermatevi un attimo ad ascoltare il commento di Victor Hugo Morales, giornalista-scrittore e saggista uruguaiano, che finite le parole grazie al suo genio usò un intraducibile “ta-ta-ta-ta-ta-ta” per descrivere l’inafferrabile corsa e un “barrilete cosmico” per definire il fascino etereo di Maradona.

“…la va a tocar para Diego, ahí la tiene Maradona, lo marcan dos, pisa la pelota Maradona, arranca por la derecha el genio del fútbol mundial, y deja el tendal y va a tocar para Burruchaga…Siempre Maradona! Genio! Genio! Genio! ta-ta-ta-ta-ta-ta…y Goooooool!…Goooooool!…Quiero llorar! Dios Santo, viva el fútbol! Golaaaaazooo! Diegoooool! Maradona! Es para llorar, perdónenme… Maradona, en una corrida memorable, en la jugada de todos los tiempos… barrilete cósmico…de qué planeta viniste? Para dejar en el camino a tanto inglés! Para que el país sea un puño apretado, gritando por Argentina!…Argentina 2 – Inglaterra 0…Diego! Diego! Diego Armando Maradona…Gracias Dios, por el fútbol, por Maradona, por estas lágrimas, por este Argentina 2 Inglaterra 0”.

“… la tocca per Diego, ecco, ce l’ha Maradona. Lo marcano in due, tocca la palla Maradona, avanza sulla destra il genio del calcio mondiale. Può toccarla per Burruchaga…sempre Maradona…genio, genio, genio…c’è, c’è, c’è, c’è ,c’è, c’è… Goooooool!…Goooooool!…Voglio piangere!…Dio Santo, viva il calcio!…Golaaaaazooo!… Diegoooool!…Maradona!…C’è da piangere, scusatemi…Maradona. in una corsa memorabile, la giocata migliore di tutti i tempi…aquilone cosmico…Da che pianeta sei venuto? Per lasciare lungo la strada così tanti inglesi? Perché il Paese sia un pugno chiuso che esulta per l’Argentina…Argentina 2, Inghilterra 0…Diego! Diego! Diego Armando Maradona….Grazie Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2 Inghilterra 0”

Quando a fine carriera riempiranno pagine di statistiche, record e palloni d’oro di Messi e compagnia la figura di Maradona continuerà a ispirare versi e canzoni nonostante un palmarès molto più asciutto.
E mentre scrivo, ricordando come e dove ha vinto, credo di aver capito perché tutte le strade portino a Diego. Forse perché ciò che conta non è la vittoria in sé, che alla fine è un trofeo con data e luogo di nascita, ma il sapore che rimane dopo una vittoria. E in questo senso Diego ha lasciato qualcosa di irripetibile.

Amen

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