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CARLO PETRINI. CALCIO CRIMINALE

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Se Dio c’è, è un gran bastardo:
si è preso un ragazzo di diciannove anni,
e ha lasciato qui un essere come me.

E’ un’afosissima serata di fine maggio quando Massimo Cruciani scende da un taxi davanti al cancello numero 5 del Meazza di San Siro. In teoria è un fruttivendolo romano, in pratica è un faccendiere che può farti avere un’udienza privata col Papa nel giro di un quarto d’ora.
Ad aspettarlo c’è un uomo con un pastrano e gli occhiali da vista. E’ un travestimento perché non puoi avere quella gobba a 32 anni, soprattutto se giochi in serie A. Quell’uomo è Carlo Petrini, un attaccante che ha gonfiato le reti di mezza Italia e si è infilato in altrettanti letti. Si sono conosciuti a Roma negli anni di piombo, quelli in cui si dice che i giocatori girassero armati per difendersi dalle Bierre.
Si narra che durante un ritiro della Lazio, una banda ingestibile che solo Maestrelli riuscì a condurre allo scudetto, due giocatori stessero discutendo su chi dovesse alzarsi per spegnere la luce e per tagliare corto uno dei due sparò al lampadario.
A Petrini però più che le pistole interessavano le auto: Porsche, Maggiolone cabriolet, Mini Cooper, Jaguar, BMW, Volvo, Mercedes. Le cambiava come fossero magliette. D’altronde di soldi non ne aveva mai visti.
Col primo stipendio comprò una Lancia Zagato grigia metallizzata che venne buona a Nereo Rocco per farsi accompagnare a Genova e prendere la carne per il suo macello di Trieste.

“Cossa è ‘sta roba?!”
“E’ la mia nuova macchina!”
“Chi te l’ha dato il permesso di comprarla?!”
“Nessuno…”

L’ingresso al Milan fu tutt’altro che accogliente. Dopo una sconfitta in Coppa di Campioni contro il Malmö il Paròn gli urlò: “Dove hai passato questi due giorni?”
“A Genova, sono stato con mia moglie”

“E chi te lo ha dato il permesso?!”
Petrini, che non era nemmeno sceso in campo, rispose continuando a riscaldarsi:“Beh…Lei, ci ha dato due giorni di libertà”
“…E quando ti parlo insieme fermati! Maleducato che non sei altro! Vorrei sapere perché cazzo sei qui al Milan: di uno come te non so cosa farmene!”.

“Allora tolgo il disturbo”. Fece la doccia, prese la borsa e schizzò a Genova.

Al Milan c’era arrivato grazie a molti gol col Genoa e uno strano liquido che gli faceva schiumare dalla bocca una densa bava verde. Le iniezioni lo trasformavano in un demone ma l’inferno lo provava finita la partita quando si contorceva per ore sul lettino degli spogliatoi. Quel male chiamato doping cominciava a insinuarsi come un cancro nel mondo del calcio.
Il Genoa, costruito per la promozione in A, non poteva retrocedere in serie C, così pensarono bene di pompare gli uomini chiave come Petrini e aggirare i controlli con una provetta “pulita” nella doppia tasca dell’accappatoio.
Prendete la serie A, conditela con personaggi del calibro del Libano di Romanzo Criminale e otterrete la metà di quello che è successo in Italia tra la fine del sessanta e l’inizio degli anni ottanta. Sembra la sceneggiatura di una fiction ma la realtà supera ampiamente la fantasia.
Mentre qualcuno pensò di rovesciare il mondo attraverso la contestazione il 2 giugno del ’68 Carlo Petrini puntò a rovesciare il pronostico di una partita e il destino che lo voleva povero sin da piccolo.
Rimasto solo con la madre, dopo che il padre morì di tetano e la sorella di diabete, capì presto che il calcio era l’unico modo per tirarsi fuori dai guai.

Mangiavamo sempre la polenta di castagne,
e quando mia madre metteva in tavola l’aringa
io non mangiavo perché mi veniva da vomitare.
Le poche volte che c’era la carne
era per mia sorella Carla, che era malata.
Non volevo riprovare il sapore dell’aringa
e nemmeno volevo che mia madre tornasse a fare la cameriera.

E allora perché rifiutare quelle iniezioni? Gli avrebbero permesso di salvare compagni, società e tifosi ma soprattutto di garantirsi guadagni maggiori. Caramelle in confronto alle fiale di Ghezzi, l’ex portiere interista che si diceva avesse ereditato la pratica durante i trascorsi col Mago Errera.

Non so davvero da dove cominciare, se dal doping o dai pareggi combinati, se dai ritiri trasformati in bische o dalle decine di donne con cui ha tradito la moglie, se dai soldi che accettò per coprire la Juve nell’inchiesta del totonero o dalla fine miserabile di un uomo in fuga.
La parentesi milanista si chiuse con pochi amici e diversi nemici, tra cui Gianni Rivera, il Golden Boy già ribattezzato Abatino dal buon Brera per la scarsa inclinazione alla battaglia.

Rivera era il cocco del Paròn, il figlioccio prediletto.
Aveva un modo di fare da principino, era superbo e
antipatico, mi stava sul cazzo. Si credeva un dio,
e calcisticamente lo era, ma come uomo mi sembrava
un tipo senza palle, una mammoletta con la erre moscia,
antipatico come i secchioni a scuola.

Era senza mezze misure. Non poté non accettare il trasferimento al Toro con un immane desiderio di rivalsa. A Parigi un’operazione al ginocchio gli preservò la carriera mentre a Levanto, tra una sabbiatura e l’altra, incontrò la prima di una lunga serie di amanti. Gli incontri passionali con quella bagnate dimezzarono il rendimento in campo finché la moglie, presentata dall’amico Marcello Lippi ai tempi di Genova, scoprì tutto. Paradossalmente Bianca lo perdonò, salvando il matrimonio e la carriera di un uomo che sembrava non aver rispetto per niente e per nessuno. Tornò a segnare e a consumare l’ultimo piatto chiamato vendetta battendo il Milan nella finale di Coppa Italia e col premio partita sistemò la madre in un bell’appartamento di Recco.

A fine stagione il Milan lo mandò a Varese dove tra auto cambiate e incontri extraconiugali ammazzava i ritiri con lunghissime partite a poker, fumo e superalcolici. La diretta conseguenza fu la retrocessione in serie B. Una brutta esperienza in cui imparò in fretta che le cifre ufficiali che giravano erano ben diverse da quelle reali e si accordò per 16 milioni, di cui 8 in nero. Siamo all’alba di fideiussioni false e bilanci truccati.

Alla società conveniva pagarci una parte dell’ingaggio in nero
perché così le cifre scritte sul contratto erano più basse e
avevano meno carico fiscale. E conveniva a noi giocatori perché
pagavamo le tasse solo sulla cifra ufficiale scritta sul contratto.

Nel ’72 il pubblico di Catanzaro, condizionato dagli articoli di qualche giornalista che lo accusava di boicottare l’allenatore, lo fischiava ad ogni tocco e così dopo un gol, invece che esultare, gettò la maglia tra i tifosi. Uscì vivo solo grazie all’aiuto di un compagno che lo nascose sotto un plaid sdraiato sul sedile posteriore della macchina. 800 mila lire di multa, il lavaggio del cervello da parte del presidente e due mazzi di fiori alla curva prima della partita col Catania placarono l’ira della gente, capace di perdonarlo nonostante il rigore sbagliato a pochi minuti dalla fine.

Petrini Catanzaro

In azione col Catanzaro

Durante la partita di ritorno cercò la resa dei conti con Spanio, ex stopper della Samp che gli procurò quel grave infortunio al ginocchio ai tempi del Torino. Calcioni e gomitate, inframmezzate da insulti di ogni tipo, lo intimorì a tal punto da farlo girare alla larga e permettergli di segnare il gol vittoria. Questo era Carlo Petrini.
Il secondo anno fu memorabile, segnando a raffica si guadagnò la convocazione per la Nazionale di serie B e nell’amichevole contro l’Eire, giocata proprio a Catanzaro, segnò una doppietta attirando nuovamente i radar della serie A.
Fu la neo promossa Ternana a comprare l’altra metà del cartellino di un giocatore sempre più zingaro e sempre più disposto a vendersi al miglior offerente.

Mi facevano un po’ pena i tifosi che credevano
che noi giocatori fossimo legati alla maglia:
noi eravamo solo legati al contratto, a quello che ci conveniva,
ai nostri interessi. Il nostro attaccamento
alla squadra e alla maglia erano a pagamento, erano un mestiere.

A Terni quando scoprì che un compagno praticava la castità circondato da immaginette religiose lo fece fuori insieme al branco con una crudeltà senza limiti, testimoniando quanto fosse omofobo e spietato uno spogliatoio calcistico già a quei tempi.
La Ternana retrocesse ma i gol e le prestazioni offerte bastarono a guadagnarsi il passaggio alla Roma: 300 milioni alla Ternana e 29 milioni d’ingaggio. Cifre assurde per l’epoca. In un certo senso si chiuse un cerchio perché sulla panchina giallorossa sedeva Nils Liedholm, l’allenatore del Verona avversario del Genoa nel giorno della prima iniezione-bomba. Era finalmente arrivato all’Olimpico al fianco di De Sisti, Prati, Morini ma i ritiri si rivelarono una clausura così, grazie alla compiacenza di tifosi impiegati nella società telefonica, passavano ore al telefono in una sorta di hot line con fanciulle disponibili dall’altra parte del filo.

Petrini Roma

Petrini con la maglia della Roma (il terzo in piedi da destra)

Il ritiro di Grottaferrata era un pellegrinaggio di esponenti politici e personalità di spicco della classe dirigente e del mondo dello spettacolo. Tra cantanti, attori, medici e industriali è qui che Petrini conobbe Cruciani, il quarantenne verace protagonista della scena noir d’apertura.

A Roma giocò il miglior campionato della sua carriera e nel ‘76 passò al Verona di Valcareggi, piazza molto meno calorosa e movimentata che pensò di rallegrare con le telefonate a luci rosse imparate nel ritiro giallorosso. Qui per una volta trovò un personaggio capace di offuscare le sue fughe: Gianfranco Zigoni, l’ala sinistra a cui Valcareggi perdonava tutto, anche la pelliccia sopra il petto nudo.

Agli allenamenti era sempre in ritardo, e quando finalmente
si faceva vedere ci diceva: “Ragazzi, oggi siete arrivati in anticipo!”.
I suoi privilegi e la sua faccia da bronzo provocavano
molta invidia all’interno della squadra.

Intanto cominciò a prendere confidenza con le partite truccate e accettò 10 milioni da parte di un giocatore genoano con cui aveva giocato a Catanzaro. Il Verona non aveva niente da chiedere al campionato mentre al Genoa quei due punti servivano tremendamente per non retrocedere. Finse uno stiramento e divise il bottino con tre compagni che grazie a una prestazione disastrosa regalarono la vittoria ai rossoblù.

Siamo nell’estate ’77 quando il nomade del gol venne conteso tra Lazio e Cesena. La spuntarono i romagnoli, desiderosi di tornare subito in serie A. Il ritiro di Bagno di Romagna fu massacrante ma non al punto da impedirgli di raggiungere di notte la stanza di una bella signora bresciana, passando dal cornicione e saltando da un balcone all’altro in piena commedia all’italiana. Nemmeno la frattura a una costola riuscì a fermarlo. Non è un film di Castellano e Pipolo ma la storia di un giocatore diventato ben presto la caricatura di sé stesso.
Il Cesena evitò il tracollo grazie ai gol di Petrini che nella stagione successiva si riavvicinò a Massimo Cruciani. Il fruttivendolo romano gli chiese se anche Bari-Cesena poteva rientrare in un giro di scommesse che aveva organizzato ma Petrini rispose che non poteva combinare alcun risultato.

Nel luglio del ’79 tornò in serie A come riserva di Savoldi a Bologna. A convincerlo uno sguardo all’anagrafe e un ingaggio da 38 milioni. A 31 anni, con una Jaguar in garage, 70 milioni sul conto e 5 appartamenti, non essere più titolare poteva passare in secondo piano.
Con la moglie e i figli a Genova gli incontri clandestini filavano lisci e l’amicizia con Cruciani diventò talmente intima da lasciargli pure il conto pagato in un albergo della capitale.

Petrini e Morandi

In una foto di repertorio con Gianni Morandi, tifoso storico del Bologna

Intanto le partite truccate proliferavano e il 13 gennaio 1980 la vita di Carlo Petrini cambiò per sempre.
La Juventus, reduce da tre sconfitte consecutive, rischiava di avvicinarsi alla zona retrocessione e chiese al Bologna di accordarsi per un pareggio. Una proposta accettata dai rossoblù e dichiarata nemmeno troppo tra le righe da Trapattoni alla Gazzetta: “Alla Juve basta un pareggio”.
Il risultato già scritto era un’occasione troppo ghiotta per non farci dei soldi e fu addirittura l’allenatore del Bologna Perani a consigliare di puntare 50 milioni. La telefonata di Petrini trovò un Cruciani scettico, già scottato da fregature ricevute da calciatori che non avevano rispettato i patti. Ma questa volta gli accordi li avevano presi le due società e questo suonava come una garanzia.
Finì 1-1 tra una papera di Zinetti e un’autorete di Brio. Vedere ma soprattutto ascoltare il commento di 90° Minuto per credere.

Alla sera Petrini spinse la sua Jaguar a Roma per riscuotere i 50 milioni ma trovò una brutta aria nel magazzino di Cruciani, il banco era saltato a causa di Lazio-Avellino finita senza rispettare la combine. Si accontentò di un assegno postdatato che Cruciani e Trinca proposero di saldare insieme a 30 milioni aggiuntivi guadagnati combinando un pareggio tra Bologna-Avellino. I giocatori dell’Avellino erano già d’accordo quindi per riscuotere la vincita non rimaneva che convincere quelli del Bologna. Petrini coinvolse Savoldi, Dossea, Colomba, Zinetti e Paris.
Sembrava tutto fatto finché Savoldi anticipò un difensore avellinese segnando l’irrimediabile gol del vantaggio. Le ripercussioni sul giro di scommesse innescarono la bomba del Totonero e il 23 marzo 1980 un giovane e ancora professionale Emilio Fede annunciò al Tg1 l’arresto di 11 calciatori tra serie A e B e il presidente Colombo del Milan. Cravatta rossa, giacca in velluto blu e una voce incredula accompagnò le immagini dello spettacolare arresto di alcuni giocatori all’interno dello stadio.
Scattarono le manette per Wilson, Giordano, Manfredonia e Cacciatori della Lazio, Albertosi e Morini del Milan; nel fango di questa vicenda c’erano sono altri protagonisti, quelli di Bologna e Juventus, inizialmente protetti dal parafulmine dell’avvocato Agnelli ma poco dopo chiamati a testimoniare.

I compagni di Petrini furono disposti a versagli 38 milioni per tre anni se si fosse preso tutta la colpa e da Torino ne sarebbero arrivati altri 200 ma rifiutò di diventare il capro espiatorio.
Il presidente Boniperti, mister Trapattoni, e i giocatori del Bologna vennero rinviati a giudizio e a questo punto si torna alla scena paradossale d’inizio pezzo perché fu Boniperti a chiedere a Petrini di contattare Cruciani e invitarlo a non presentarsi a testimoniare.
I milioni chiesti da Cruciani furono 70 e la sua assenza in aula bastò alla giustizia pallonara per emettere sentenze controverse. Il Corriere della Sera di avvicinò alla verità scoprendo della stanza d’albergo prenotata da Cruciani a Milano e la Gazzetta dello Sport si chiese come mai i super accusatori fossero ritenuti attendibilissimi solo per alcune partite truccate.
Paolo Rossi, risorto a eroe di Spagna nell’82 prese tre anni, così come Savoldi e Petrini per Bologna-Avellino. Per Bologna-Juventus le due società furono assolte mentre furono sospesi per tre mesi solo i giocatori di minor valore sul mercato: Savoldi, Petrini e Colomba.

Trovate delle analogie con l’ultima indagine sul calcio scommesse?

I ricorsi al Caf non servirono a nulla, l’aiuto promesso da Boniperti non arrivò mai e quando scoprì che il Bologna aveva ingaggiato Savoldi come osservatore Petrini minacciò di far riaprire l’inchiesta; la società comprò il suo silenzio per 100 milioni versati a rate solo i primi mesi.

La vicenda per caso vi ricorda un giocatore che esultava alzandosi il mento con la mano?

Cinque appartamenti, una cinquantina di milioni ma nessuna competenza; Petrini iniziò a seguire il cognato nella vendita di abbigliamento al mercato. Mesi di levatacce all’alba, quella che aveva visto solo fuggendo dai letti di donne sposate o bruciando un premio partita al casinò.
Commerciante e poi rappresentante per conto della società di Teardo, presidente della regione Liguria finito dietro le sbarre per tangenti, associazione a delinquere e corruzione.
La farsa del calcio scommesse si chiuse con l’amnistia per la vittoria del mondiale di Spagna nell’82 e il ritorno in campo di Petrini nel Savona in serie C.
La crisi della società e del suo presidente, anch’egli arrestato, lo portò a Cuneo in serie D. Nel frattempo il divorzio dalla moglie e il passaggio al Rapallo, sempre in serie D. Qui ci fu l’ultimo nauseante coinvolgimento con le partite truccate quando alcuni compagni gli proposero di far vincere l’Entella in cambio di un po’ di soldi. Lui, che non ne voleva più sapere niente, propose di non giocare in caso di combine.
A Rapallo nell’85 chiuse col calcio giocato e iniziò una brevissima carriera da allenatore in cui dovette fare i conti con un boss mafioso desideroso che il figlio entrasse in squadra e per fortuna di Petrini, intimorito dall’incontro, il ragazzo era bravo abbastanza da meritarsi una maglia da titolare.

Chiuso definitivamente col calcio iniziò a lavorare per una finanziaria ma anche stavolta la bramosia lo spinse a non accontentarsi delle provvigioni e mettersi in proprio. Si credeva onnipotente e grazie ai prestiti delle banche, che usavano i suoi appartamenti come garanzia, cominciò a elargire prestiti per un miliardo e mezzo. Tra cambiali insolute, finanziamenti in nero e usurai il giro divenne ben presto insostenibile e in un lunedì di giugno del 1989 fuggì in Portogallo lasciando nei guai ex moglie e figli.
Si nascose in Normandia con Margaret, la nuova compagna conosciuta ai tempi del Rapallo, lasciando alla sua famiglia le ripercussioni di due miliardi di debiti con banche e mafiosi.

Non ero un uomo ma una caricatura,
ero un uomo solo di età e solo perché avevo il cazzo,
mentre il cervello ce l’avevo come quello di un ragazzino
egoista e vigliacco che il sentimento e
la responsabilità non sapeva neanche cosa fossero.

Margaret, che portava avanti il negozio di Genova, lo raggiungeva d’estate nella villetta dove viveva mezzo cieco per via di un glaucoma. Fu questa la sua fine. Anzi no, ci fu un epilogo peggiore.
Diego, il figlio minore, si ammalò di un tumore al cervello. L’ultima volta si erano visti pochi giorni prima della sua fuga, quando gli promise di accompagnarlo a Perugia per una partita. Mentiva. Lasciò il figlio da solo davanti alla morte, sopraffatto dalla paura per i suoi aguzzini.

Nel gennaio del ’96 la cecità diventò completa e dovette pagare a rate l’operazione agli occhi perché nessuno nel mondo del calcio era disposto ad aiutarlo.
Un anno più tardi prese il treno per Nizza. Ad aspettarlo c’era Giancarlo, il figlio maggiore. Lo accompagnò dalla sua famiglia e al cimitero da Diego. Si sentì un mostro che chiedeva un perdono impossibile fino all’ottobre del ’98 quando decise di tornare in Italia e fare i conto col passato.

E’ morto nel 2012 dopo aver pubblicato dei libri in cui denuncia le malefatte del calcio. Non è stato il disperato tentativo di redimersi e nemmeno la bramosia di vendetta verso un mondo di cui ammette di aver fatto colpevolmente parte. Le sue pagine, cariche di amarezza, sono un monito per i giovani a non cadere nella trappola del doping e per i tifosi a non fidarsi di un calcio ciclicamente truccato.
La cosa peggiore è che non ha mai ricevuto alcuna querela tranne quella intentata da Luciano Moggi, condannato poi a pagare le spese processuali poiché i termini usati da Petrini sono stati ritenuti dal tribunale la trasposizione delle indagini condotte nella famosa inchiesta del 2005.

La sua vita, come la sua morte, mi lasciano senza parole, senza una conclusione degna che possa aggiungere qualcosa di significativo alle sue scioccanti confessioni. Per chiudere, anche se non bisognerebbe mai dimenticare queste storie, c’è solo una sua frase.

Certi rimorsi dei vivi sono ancora più tremendi della fine dei morti

 




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