L’ICONA DI TARANTO

1175

Aveva la faccia dell’amico che incroci volentieri al bar tornando a casa dal lavoro, lo sguardo candido di chi si accontenta di poco e, viste le origini, non poteva essere altrimenti. Nacque a Capracotta, in provincia di Isernia, un comune che oggi fa 900 abitanti ma nel ’52, chissà, non molti di più.
E a 1.400 metri d’altezza, nel nulla cosmico del Molise, la cosa che più di tutto lo rendeva felice era il pallone. Difficile da credere, considerando i saliscendi dei vicoli, eppure è così.
Maglie di lana spessa, palloni a esagoni e pentagoni, campi spelacchiati, radioline alle orecchie dei mariti con le signore incollate alle vetrine e sentimento; questa storia nuoce gravemente alla salute di chi non ne ha e se non vi piace questa roba allora possiamo anche salutarci qui.

Una volta un giornalista chiese a Vasco: “Cosa ti manca per essere veramente un mito?”.
“Non sarò mai un mito” – rispose sorridendo – “per diventare un mito sarei dovuto morir giovane!”.
La battuta del Blasco nasconde un’amara verità perché non tutti i miti, in fondo, sarebbero diventati tali con una carriera longeva e lontana dagli eccessi.
Questa è la storia di un mito di provincia, un mito piccolo quindi, ma la provincia, si sa, è più difficile da conquistare perché gli operai non vivono di sogni. Questa è la storia di Erasmo Iacovone, il ragazzo che in un attimo folgorò Taranto e un attimo dopo volò via, spezzando i cuori rossoblù che nella sua faccia baffuta e gioviale vedevano il messia sceso al sud per portarli in serie A.

Erasmo, un nome strano, sicuramente inusuale per il figlio di un portalettere che un bel giorno decise di lasciare il paesello per dare al figlio un futuro migliore. Inizia a giocare nell’Albula di Bagni di Tivoli, poi a vent’anni passa all’OMI Roma, la squadra delle officine metalmeccaniche, come se umiltà e fatica gli avessero marchiato a fuoco la schiena nonostante cercasse di allontanarsi dal branco. Nei dilettanti gioca tanto ma segna poco, anzi quasi mai: 24 partite e 2 gol; eppure nel novembre del ’72 accade qualcosa di imprevedibile, soprattutto in un’epoca lontana dai procuratori: la Triestina lo nota e lo porta in serie C. Coi giuliani però non si ambienta e raccoglie la miseria di 13 presenze senza mai gonfiare la rete e a vent’anni il sogno di cambiare vita sta già tramontando.


Iacovone TriestinaUn giovane Iacovone a colloquio con l’allenatore della Triestina Malavasi

Nella stagione successiva, quando la carriera è ormai a un bivio, realizza il miglior bottino di sempre portando il Carpi in serie C grazie a 13 gol. Tra i professionisti però non ci torna con gli emiliani bensì col Mantova che decide di dare un’altra occasione a questo ragazzone poco bello da vedere ma tremendamente combattivo e coriaceo. Con 11 reti, sia nella prima che nella seconda stagione, risulta il capocannoniere della squadra e il terzo anno inizia ancora meglio con 4 gol nelle prime 6 domeniche e due reti in Coppa Italia. Quel giovane molisano, che il baffo nero ha reso più maturo della sua età, non è più una sorpresa. A Taranto cercano un uomo capace di tirarli fuori dai guai e garantire la salvezza in B; tra comproprietà e riscatto spendono 400 milioni di lire, una cifra enorme per l’epoca ma di cui non si pentiranno mai.

L’11 ottobre 1976 va in scena la sesta giornata, il Taranto è sotto di un gol a Novara e in campo, con la maglia numero 11, esordisce il ragazzo di Capracotta che sale in cielo per regalare il pareggio ai rossoblu. E’ un giorno che i tarantini non scorderanno mai, il giorno in cui s’innamorano di Erasmo Iacovone, diventato presto idolo della città con sette gol, tutti pesanti per la permanenza tra i cadetti.

Erasmo Iacovone 2

Petrovic, Giovannone, Cimenti, Panizza, Dradi, Nardello, Gori, Romanzini, Iacovone, Selvaggi, Turini è la filastrocca che recita ogni tarantino che si rispetti, la formazione del 1977/1978 guidata da Rosati. In Italia si respira un’aria pesante, la tensione degli anni di piombo confina la gente a un unico momento di svago e i novanta minuti allo stadio sono l’eldorado in cui ai tarantini è concesso sognare tutto, anche la serie A.
L’Ascoli gioca un campionato a sé e per entrare nella massima serie restano due posti, uno conteso proprio dal Taranto. In Coppa Italia i rossoblu eliminano il Pescara, che milita in A, e a questo punto la Roma, lo stesso Pescara e soprattutto la Fiorentina vogliono Iacovone. Il presidente riesce a trattenerlo e alla chiusura del mercato la dichiarazione che lo rende incedibile fa tirare un sospiro di sollievo lungo come il ponte di San Francesco di Paola.

Il momento più alto lo raggiunge nel derby col Bari dell’undicesima giornata; il risultato è inchiodato sullo 0-0 quando una punizione battuta vicino al limite dell’area trova liberissimo Iacovone che controlla e supera il portiere con un tocco sotto. Alla quattordicesima il Taranto è secondo in classifica davanti ad Avellino e Lecce e dietro all’Ascoli di 6 punti, sognare è lecito anche perché dopo 19 partite è capocannoniere con 9 gol e nessun rigore. A braccetto con lui ci sono Palanca del Catanzaro e Pellegrini del Bari.

Insomma, sembra una favola destinata al lieto fine. E invece.

Erasmo Iacovone

E invece arriva un’altra data che i tarantini non scorderanno mai: il 5 febbraio del ’78. Quella domenica si gioca Taranto-Cremonese, una brutta partita terminata senza gol nonostante la solita voglia matta di segnare di Iacovone. Riservato, umile e distante dalle notti brave, Iacovone si concede solo uno spettacolo di cabaret nel locale di un amico per dimenticare il passo falso in campionato. Lascia “La Masseria” di San Giorgio Jonico verso mezzanotte, probabilmente ripensando alle occasioni mancate sotto porta e alla bravura di Ginulfi, il portiere avversario. Non sa che sta ripensando all’ultima partita della sua carriera. Imboccata la provinciale a bordo della piccola Dyane 6 viene travolto da una Gt 2000 che a fari spenti sta scappando a 180 chilometri orari dalla polizia. Erasmo muore sul colpo scaraventato fuori dall’abitacolo per oltre venti metri. Al volante quel ladro ruba il marito di Paola, la donna conosciuta a Carpi a cui sette mesi prima aveva giurato amore eterno, il padre del bimbo che da poco porta in grembo, e il sogno di una città intera.

L’angoscia è di quelle che ti annodano lo stomaco ma il traguardo in campionato è ancora raggiungibile, il magrissimo risarcimento per un sorriso spazzato via nel modo più atroce.
La squadra alla ventunesima giornata è ancora virtualmente promossa ma, svuotata della sua anima, chiuderà ottava a -6 dalla promozione.
Sull’asfalto si spegne una vita nata sull’erba e consacrata all’eternità due giorni dopo, quando sotto il diluvio in 15.000 partecipano al funerale al “Salinella”. Il Presidente Fico raccoglie l’invito dei tifosi di ribattezzare lo stadio in suo onore, tra quei tifosi c’è anche Cosimo Argentina, scrittore tarantino che in un intenso ritratto di Iacovone scrisse: “Ai tempi avevo quasi 15 anni e marinai la scuola per andare ai funerali. Fu allora che mi accorsi che quell’uomo mi aveva permesso di sognare”.


Cosa c’è di più grande che nascere in un minuscolo paesino di montagna e diventare l’eroe dei “due mari” per 200.000 persone? Forse nemmeno lui s’era reso conto di tutto questo amore e chissà cosa avrà pensato da lassù quando nel 2002, grazie alla vendita di 13.000 tagliandi, hanno raccolto i soldi per dedicargli uno statua all’ingresso della curva nord.

Erasmo iacovone statua

La crisi societaria ha portato il Taranto addirittura fuori dai professionisti, oggi lotta nei bassifondi della lega Pro, un palcoscenico troppo piccolo per una città che trabocca di passione e che non ha mai dimenticato il suo idolo, emblema di una città sfortunata, nota più per le malefatte delle acciaierie che per la bellezza del porto. Questa è Taranto, antica colonia della Magna Grecia, che conserva il fascino decadente della città vecchia e se ne sta lì in un angolo, eternamente in attesa di un principe che la porti al gran ballo.

Allo Iacovone non hanno mai dimenticato chi prese il loro cuore e quest’anno hanno scelto di onorarlo ritraendolo sulle maglie.
Icona di un calcio d’altri tempi, protagonista di una storia che se non vi ha colpito è perché probabilmente nell’armadio avete la maglia di Ibra. Tenetela, tanto l’anno prossimo cambierà colore.

Icovone maglia

“Taranto, sol per àncore ed ormeggi assicurar nel ben difeso specchio, di tanta fresca porpora rosseggi?
A che, fra San Cataldo e il tuo più vecchio muro che sa Bisanzio ed Aragona, che sa Svevia ed Angiò, tendi l’orecchio?
Non balena sul Mar Grande né tuona.
Ma sul ferrato cardine il tuo Ponte gira, e del ferro il tuo Canal rintrona.
Passan così le belle navi pronte, per entrar nella darsena sicura, volta la poppa al ionico orizzonte”.

Gabriele D’Annunzio – Laudi del Cielo del Mare della Terra e degli Eroi




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.