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VOLEVO DIRTELO

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Volevo dirtelo il sabato in cui sono diventato grande. Eravamo troppo piccoli per un campo vero. Ci allenavamo in una palestra col linoleum e il quadro svedese, le porte ricavate da masselli in legno e sacchi di segatura. Avevo gambe lisce e denti storti come gli orologi di Dalì ma mi sentivo al Gasometro del San Lorenzo.

Ricordo un pomeriggio insolitamente caldo di novembre. L’arrivo del luna park sanciva l’inizio dell’inverno, con le luminarie sui lampioni e i ragazzi che distribuivano biglietti ai semafori. Ma io avevo in testa solo quel torneo, giocato con la maglia di lana rossa e un trifoglio sul cuore.
Finita la partita guardai verso i gradoni senza trovarti e mi cambiai lentamente, pensando fossi in ritardo. Sulla soglia dello spogliatoio mi accorsi che non c’era più nessuno, tranne il custode che aveva ormai spento le luci. Non mi restò che incamminarmi verso casa coi parastinchi ancora allacciati. Alzando un tappeto di foglie platano mi chiedevo a ogni passo come mai non fossi venuta.
All’incrocio vidi la chiesa dall’altra parte. Dovevo attraversare la strada da solo per la prima volta. Sguardo a sinistra, sguardo a destra, ed eccomi con la borsa carica di maturità. Di colpo non ero più quel bambino che alla domanda: “Ma se ti perdi sai spiegare dove abiti?” rispondeva: “Certo, in un condominio!”.
Costeggiando la villa dei Turchetto ripensai al tuo desiderio: “Perché non vai a nuoto come il figlio dell’ingegnere? Così ti vengono le spalle larghe e non c’è niente da lavare”. E invece ho cosce di prosciutto e abbiamo riempito mille bacinelle.
Al secondo incrocio ancora uno sguardo a sinistra e un altro a destra. Sicuramente più facile che stoppare un rinvio del portiere. Al citofono non rispose nessuno. Mi accucciai sulla borsa guardando la ruota panoramica, col mento tra le ginocchia e le braccia che stringevano le tibie. “Perché non vai a nuoto? C’è la piscina sotto casa!”.
Poi arrivasti in colpevole ritardo, soffocandomi nel caldo abbraccio di una pelliccia di visone vecchio e malato. “Altrimenti non l’avrei mai comprata!” – mi raccontasti.
“Non preferisci nuotare? Puoi anche tornare a casa da solo!”. Ma alla fine c’ero venuto lo stesso.
Grazie al calcio ho attraversato molti più incroci di quanto pensi. E l’hai fatto con me. Anche se tra una lavatrice e l’altra non l’hai mai ammesso. Quando tornavo tardi e insieme alla cena mi facevi trovare la borsa del ghiaccio per lenire una caviglia malconcia. Quando mi hai chiesto in un messaggio se avevo giocato o avevamo vinto.
Volevo dirtelo quella sera ma la gioia per essere diventato grande si prese tutto il resto. E poi i grandi queste cose non le dicono.
Volevo dirtelo quando siamo andati in pizzeria per festeggiare il mio primo gol e temevo che gli altri uomini ti guardassero. Eri bella come un derby di Londra, con la camicia bianca e il medaglione melograno. Oppure quando abbiamo vinto il campionato con un’incornata di Marco e ho ripensato all’ultimo giorno di sua madre. Ti diedi la notizia ricevendo una carezza: “Voglio vederti crescere”. Nel frattempo questo gioco, per alcuni muto, mi ha suggerito che strade prendere.
Volevo dirti che penso di averti contagiato. Quando ho segnato il gol promozione e mi hai accolto sventolando la bandiera dell’Inter. Senza alcun senso. Quando mi sono laureato e hai comprato un vassoio di paste per i miei compagni.
Volevo dirtelo tante volte. La prima quando sei scesa da quella macchina col respiro affannato.

Ma i grandi queste cose purtroppo non le dicono. E allora te lo dico adesso perché mentre gli altri bambini facevano la fila davanti alle giostre io sono diventato grande. Ma il bambino che c’è in me torna sempre in quella palestra.




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